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Il 15 marzo 2007, sul quotidiano Le Monde viene pubblicato un articolo dal titolo “Pour une littérature-monde en français”, firmato da 44 scrittori. Nell’autunno precedente, i più prestigiosi premi letterari francesi erano stati assegnati ad autori di lingua francese ma non dell’Hexagone. Una semplice constatazione è all’origine di questo articolo, un testo polemico che propone a superamento dell’idea di “francofonia” il concetto di “letteratura-mondo in francese”.

Per una letteratura-mondo in francese

Un giorno, forse diranno che si è trattato di un momento storico: il Goncourt, il Grand Prix du roman de l’Académie française, il Renaudot, il Femina, il Goncourt des lycéens, premi conferiti tutti lo stesso autunno a scrittori “d’oltre-Francia”. Solo una stagione editoriale insolita che per puro caso riunisce i talenti della “periferia”, solo una deviazione peregrina prima che il fiume rientri nel suo letto? 

Per noi, invece, è una rivoluzione copernicana. Copernicana, perché rivela ciò che l’ambiente letterario sapeva già senza ammetterlo: il centro, il punto da cui doveva irradiarsi una letteratura franco-francese, non è più il centro. Finora il centro, anche se sempre meno, ha avuto una forte capacità di assorbimento che obbligava gli autori provenienti da altri paesi a abbandonare il proprio bagaglio prima di amalgamarsi nel crogiolo della lingua e della sua storia nazionale: il centro, ci dicono i premi di questo autunno, è ormai ovunque, in ogni parte del mondo. Fine della Francofonia. E nascita di una “letteratura-mondo” in francese.

Il mondo ritorna. Ed è la migliore delle notizie. Non sarà stato per troppo tempo il grande assente della letteratura francese?  Il mondo, il soggetto, il senso, la storia, il “referente”: per decenni sono stati messi “fra parentesi” dai grandi maestri, inventori di una letteratura che aveva come unico oggetto se stessa, facendo, come si diceva allora, “la propria critica nel movimento stesso della sua enunciazione”. 

Il romanzo era un affare troppo serio per essere affidato solo ai romanzieri, colpevoli di un “uso ingenuo della lingua”, pregati con pedanteria di riorientarsi sulla linguistica. Dato che questi testi non facevano altro che rimandare ad altri testi in un gioco di combinazioni senza fine, si poteva arrivare al punto in cui l’autore stesso, e con lui l’idea stessa di creazione, si trovava de facto escluso per lasciare tutto il posto ai commentatori, agli esegeti. Piuttosto che strusciarsi al mondo per coglierne il respiro, la linfa vitale, il romanzo, insomma, non poteva fare altro che guardarsi scrivere. 

Che gli scrittori siano riusciti a sopravvivere in una simile atmosfera intellettuale ci rende ottimisti sulle capacità di resistenza del romanzo a tutto ciò che pretende di negarlo o asservirlo…

Possiamo dire a quando risalgono questo nuovo desiderio di ritrovare i sentieri del mondo, questo ritorno alla potenza incandescente della letteratura, questa sentita urgenza di una “letteratura-mondo”: sono concomitanti al crollo delle grandi ideologie prese a martellate, e più precisamente… a colpi di soggetto, di senso, di Storia, che facevano ritorno sulla scena del mondo – ovvero l’effervescenza dei movimenti antitotalitari, a Ovest come a Est, che avrebbero presto fatto crollare il muro di Berlino.

Un ritorno, bisogna ammetterlo, per vie traverse, per sentieri erranti – tanto per dire, allo stesso tempo, qual era la portata del divieto! Come se, una volta cadute le catene, ognuno di noi dovesse imparare di nuovo a camminare. Con la voglia, prima di tutto, di assaporare la polvere delle strade, il brivido del mondo esterno e incrociare lo sguardo di sconosciuti.

A metà degli anni 1970 i racconti di questi sorprendenti viaggiatori saranno i sontuosi portali di accesso del mondo nella finzione. Altri, preoccupati di raccontare il mondo in cui vivevano, come a suo tempo Raymond Chandler o Dashiell Hammett che avevano raccontato la città americana, optavano per il noir, seguendo Jean-Patrick Manchette. Altri ancora ricorrevano al pastiche del romanzo popolare, del giallo, del romanzo d’avventura, un modo abile o prudente per ritrovare il racconto giocando d’astuzia con il “divieto del romanzo”. Altri ancora, come cantastorie, si dedicavano al fumetto, in compagnia di Hugo Pratt, di Moebius e altri. E gli sguardi si rivolgevano di nuovo verso le letterature “francofone”, in particolare caraibiche, come se, lontano dai modelli francesi sclerotizzati, si affermasse laggiù, erede di Saint-John Perse e di Césaire, un’effervescenza romanzesca e poetica di cui il segreto, altrove, sembrava si fosse perso.  E questo nonostante i paraocchi di un ambiente letterario sicuro di non potersi aspettare altro se non qualche nota dal sapore esotico, parole antiche o creole – pittoresco, vero? – adatte a ravvivare una brodaglia diventata fin troppo insipida. 1976-1977: percorsi non consueti di un ritorno alla finzione.

Nel contempo, oltremanica si alzava un vento nuovo che rendeva manifesta la presenza di una nuova letteratura in lingua inglese, curiosamente affine al mondo che stava nascendo. In un’Inghilterra giunta alla sua terza generazione di romanzi alla Virginia Woolf – questo per dire quanto l’aria che vi circolava fosse povera di ossigeno – alcune giovani teste calde si rivolgevano verso il vasto mondo per respirare a pieni polmoni. Bruce Chatwin partiva per la Patagonia, e il suo racconto assomigliava sempre più a un manifesto per una generazione di travel writers (“Applico alla realtà le tecniche di narrazione del romanzo, per restituire la dimensione romanzesca del reale”).

Poi, in un caos sconcertante, si affermavano romanzi rumorosi, colorati, meticciati, che raccontavano, con forza rara e parole nuove, il frastuono di queste metropoli in continua espansione in cui si scontravano, si smuovevano, si mescolavano le culture di tutti i continenti.

Al cuore di questa effervescenza, Kazuo Ishiguro, Ben Okri, Hanif Kureishi, Michael Ondaatje – e Salman Rushdie, che esplorava con acume l’emergere di quegli autori da lui definiti «uomini tradotti»: quelli, nati in Inghilterra, che non vivevano più nella nostalgia del Paese d’origine perso per sempre, ma, mettendosi alla prova tra due mondi, tra due fuochi, cercavano nel bene o nel male di fare di questo scontro la bozza di un mondo nuovo. Ed era la prima volta in assoluto che una generazione di scrittori provenienti da un contesto migratorio, invece di immergersi nella cultura adottiva, provava ad agire a partire dalla constatazione della propria identità plurale, nel territorio ambiguo e dinamico di questo attrito. In questo senso, sottolineava Carlos Fuentes, erano più precursori del XXI secolo che prodotti della decolonizzazione. 

Quanti scrittori di lingua francese, a loro volta divisi tra due o più culture, si sono quindi interrogati su questa strana disparità che li relegava ai margini, loro “francofoni”, variante esotica a malapena tollerata, mentre i figli dell’ex Impero britannico prendevano, del tutto legittimamente, possesso delle lettere inglesi? Si doveva presupporre una qualche degenerazione congenita degli eredi dell’Impero coloniale francese, rispetto a quelli dell’Impero britannico? O piuttosto riconoscere che il problema apparteneva all’ambiente letterario stesso, alla sua strana arte poetica che gira su se stessa come un derviscio rotante, e a quella visione di una francofonia alla quale una Francia madre delle arti, delle armi e delle leggi continuava a dispensare i suoi lumi, da benefattrice universale, preoccupata di portare la civiltà ai popoli che vivono nelle tenebre? Gli scrittori antillani, haitiani, africani che si affermavano in quegli anni non avevano niente da invidiare ai loro omologhi di lingua inglese. Bisognava essere del tutto sordi e ciechi, cercare nell’altro soltanto un’eco di se stessi, per non capire che il concetto di “creolizzazione” che li accomunava e attraverso il quale affermavano la propria singolarità, non era niente di meno che un’emancipazione della lingua. 

Sia chiaro: l’emergere di una letteratura-mondo in lingua francese consapevolmente affermata, aperta sul mondo, transnazionale, decreta l’ora del decesso della francofonia. Nessuno parla il francofono, né scrive in francofono. La francofonia è luce di stella morta. Come potrebbe il mondo sentirsi toccato dalla lingua di un paese virtuale? Allora è il mondo che si è invitato ai banchetti dei premi d’autunno. Da questo si capisce che i tempi sono maturi per questa rivoluzione. 

Sarebbe potuta arrivare molto prima. Come abbiamo potuto ignorare per decenni un Nicolas Bouvier e il suo così ben titolato L’usage du monde [La polvere del mondo]?  Perché al mondo, allora, era negato il permesso di soggiorno. Come abbiamo potuto non riconoscere in Réjean Ducharme uno dei più grandi scrittori contemporanei, quando il suo L’Hiver de force, spinto da uno straordinario respiro poetico, già dal 1970 introduceva tutto quello che si è poi potuto scrivere sulla società dei consumi e sulle sciocchezze libertarie? Perché allora guardavamo dall’alto in basso la “Belle Province” canadese, da cui non ci aspettavamo che l’accento saporito, le parole ancora intrise dei profumi della vecchia Francia. E si potrebbero snocciolare uno a uno gli scrittori africani, o antillani, ugualmente emarginati: come stupirsene quando il concetto di creolizzazione viene ridotto al suo contrario, confuso con uno slogan di United Colors of Benetton? Come stupirsene se ci si ostina a postulare un legame carnale esclusivo tra la nazione e la lingua che ne esprimerebbe il genio singolare – poiché allora, a dire il vero, l’idea di “francofonia” si presenta come ultimo avatar del colonialismo? I premi letterari di questa stagione confermano proprio l’opposto: che il patto coloniale è infranto, che la lingua liberata diventa cosa di tutti, e che, se ci atteniamo saldamente a questo, finiranno i tempi del disprezzo e della sufficienza. Fine della “francofonia”, e nascita di una letteratura-mondo in francese: questa è la sfida, sempre che gli scrittori la raccolgano.

Letteratura-mondo perché le letterature di lingua francese da tutto il mondo sono oggi indubbiamente multiple, varie, e formano un vasto insieme le cui ramificazioni abbracciano più continenti. Ma letteratura-mondo anche perché queste ci raccontano la realtà che emerge davanti a noi e così facendo ritrovano dopo decenni di “divieto narrativo” quello che da sempre è stato l’oggetto di artisti, romanzieri, creatori: il compito di dare voce e volto all’ignoto del mondo – e all’ignoto in noi. Insomma, se percepiamo dappertutto questa effervescenza creatrice è perché qualcosa si è rimesso in movimento perfino in Francia, dove la giovane generazione svincolata dall’età del sospetto, si impadronisce senza complessi degli ingredienti della narrativa per aprire nuove vie al romanzo. Cosicché ci sembra venuto il tempo di una rinascita, di un dialogo in un vasto insieme polifonico, senza preoccuparsi di non si sa quale lotta per o contro la preminenza di tale o talaltra lingua o di un qualche “imperialismo culturale”. Con il centro relegato in mezzo ad altri centri, assistiamo alla formazione di una costellazione in cui la lingua, liberata dal suo patto esclusivo con la nazione e libera ormai da ogni potere eccetto quelli della poesia e dell’immaginario, non avrà altre frontiere se non quelle dello spirito.

Muriel Barbery, Tahar Ben Jelloun, Alain Borer, Roland Brival, Maryse Condé, Didier Daeninckx, Ananda Devi, Alain Dugrand, Edouard Glissant, Jacques Godbout, Nancy Huston, Koffi Kwahulé, Dany Laferrière, Gilles Lapouge, Jean-Marie Laclavetine, Michel Layaz, Michel Le Bris, JMG Le Clézio, Yvon Le Men, Amin Maalouf, Alain Mabanckou, Anna Moï, Wajdi Mouawad, Nimrod, Wilfried N’Sondé, Esther Orner, Erik Orsenna, Benoît Peeters, Patrick Rambaud, Gisèle Pineau, Jean-Claude Pirotte, Grégoire Polet, Patrick Raynal, Jean-Luc V. Raharimanana, Jean Rouaud, Boualem Sansal, Dai Sitje, Brina Svit, Lyonel Trouillot, Anne Vallaeys, Jean Vautrin, André Velter, Gary Victor, Abdourahman A. Waberi.

Traduzione di Alba Lepiani, Alessandra Cirnigliaro, Carlotta Galimberti, Chiara Caccavale, Chiara Mazzanti, Elena Alibrandi, Elisabetta Betti, Erika Petrelli, Federico Musardo, Felix Manuel Manon Paulino, Fildia Carola Borriello, Francesca Bonaccorsi, Francesca Fabbri, Jessica Orrù, Julia Cretella, Laura Domenici, Maria Claudia Bile, Maria Corbo, Marina Giuntini, Martina Cerretti, Matteo Magni, Pierpaolo Amenta, Rosaria Manuela Distefano, Sabrina Ieluzzo, Samantha Bucalossi, Sara Moroni, Sara Organelli, Selvaggia Giorgi, Sonia Boi, Valentina Angelini.

Il laboratorio è stato coordinato da Barbara Sommovigo, Carolina Paolicchi, Marta Ingrosso e Linda Cibati.