• 0 Items - 0,00
    • No products in the cart.
La scrittrice algerina Maissa Bey

Maïssa Bey è lo pseudonimo di Samia Benameur, scrittrice nata e residente in Algeria. Il rapporto talvolta conflittuale di amore e odio con il paese d’origine è un tema molto caro alla scrittrice e spesso evocato nelle sue opere, accanto al rapporto con la Francia, altro luogo chiave nella formazione della Bey. Quest’ultima è infatti musulmana e affezionata al paese che l’ha cresciuta, l’Algeria, ma fin da piccola ha stretto un forte legame anche con la cultura francese: figlia di padre colto, maestro di francese, e madre bilingue, ha frequentato la scuola francese e si è sempre interessata allo studio della letteratura di un paese che sentiva anche un po’ suo.

Condannata per sempre a occupare quello spazio indefinito tra il sé e l’altro, tra due lingue, l’arabo e il francese, che non riesce a sentire pienamente sue, e tra due paesi, Algeria e Francia,  con cui intrattiene un rapporto conflittuale: da un lato la terra natale, un paese che le ha regalato bei ricordi d’infanzia ma in cui a volte stenta a riconoscersi, dall’altro la Francia, che sebbene le abbia permesso l’accesso a una cultura “altra”, adesso la fa sentire ai margini, estranea.

Questa compresenza di lingue e culture nell’animo della scrittrice si riflette all’esterno nelle sue opere e nella sua scrittura, che vuole dar voce a un disagio intimo sempre taciuto, e a tutte quelle persone, soprattutto donne, che non hanno la possibilità di parlare, cercando di fare chiarezza su certe tematiche di ordine sociale, politico e identitario molto care all’autrice. Maïssa Bey parte sempre da un dato “locale”, racconta storie che nascono e si sviluppano in Algeria e vedono spesso protagoniste persone del luogo, ma la modalità con cui le trasmette al lettore è fondamentale, poiché ci permette di rapportare i fatti all’umanità intera, di interpretare gli eventi descritti in chiave universale.

Non a caso il primo romanzo della scrittrice è del 1996, anno in cui l’Algeria si trova nel pieno di una sanguinosa guerra civile che ancora oggi fa sentire la sua eredità. I racconti della Bey mescolano realtà, elementi autobiografici e finzione.

Le protagoniste delle sue storie sono quasi sempre donne forti che rivendicano la propria indipendenza; i temi più ricorrenti sono la situazione della donna in Algeria e nel mondo, la ricerca della propria identità, la décennie noire (gli anni ’90) dell’Algeria e, in generale, una forte denuncia contro le violenze, gli abusi e i soprusi che dilaniano la nostra società. Maïssa Bey sceglie di rompere il silenzio che opprime lei stessa e il suo paese natale e lo fa usando carta e penna, mettendo per iscritto la sua voce e quella dell’altro, poiché la scrittura è l’unico mezzo di cui dispone per raccontare la verità e trasmetterla a tutti. Ecco che il lettore sente e riconosce nella scrittura della Bey una polifonia di voci, parole, storie e testimonianze che, costrette al silenzio, hanno invece urgenza di emergere.

Maïssa Bey ha scritto numerosi romanzi ma anche racconti, poesie, saggi e testi per il teatro. Le sono stati riconosciuti diversi premi, tra cui il Grand Prix du roman francophone SILA nel 2008, e il suo romanzo Cette fille là è stato adattato per il teatro. La maggior parte della sua produzione è ancora inedita in Italia. Tra le opere pubblicate ricordiamo i romanzi Poiché il mio cuore è morto (pubblicato nel 2013 dall’editore pisano Felici, collana “Stile contemporaneo”) e La notte sotto il gelsomino (Besa Editrice, collana “Cosmografie”, 2006). Nel 2020 Astarte Edizioni pubblica Dietro quei silenzi… (Entendez-vous dans les montagnes…, Éditions de l’aube, 2002) e il racconto breve L’Africana, contenuto nella raccolta Al cuore della migrazione, traduzione italiana di Au coeur de l’errance (2018), in uscita nei primi mesi del 2021 per Astarte Edizioni, in collaborazione con l’associazione SOS Méditerranée Italia.

Dietro quei silenzi… è un racconto breve ma denso di significati, caratterizzato da una polifonia di voci che si alternano nella narrazione di un’unica storia. La vicenda si svolge interamente nel vagone di un treno che attraversa la Francia, all’interno del quale si trovano a interagire i tre personaggi principali: una donna algerina, un medico in pensione e una ragazzina francese, nipote di un pied-noir. Queste tre figure apparentemente senza alcun legame tra loro, ciascuna con la propria storia, si riveleranno in realtà pezzi diversi di un unico grande puzzle che andrà a ricostruirsi pian piano durante il corso della narrazione, in cui l’Algeria e la sanguinosa guerra civile diventeranno il centro intorno a cui si definiscono il ruolo e l’identità dei personaggi della storia. La Bey si rivela abilissima nella cura dei dettagli e nell’uso di una serie di stratagemmi letterari e stilistici che le permettono di dar voce ai suoi personaggi ma anche a sé stessa e di rivolgersi direttamente al lettore, un lettore universale che è chiamato a partecipare attivamente alla narrazione, apprendere i fatti e rendersi complice degli eventi narrati.

Dietro quei silenzi… parla di tre persone che si incontrano nel vagone di un treno, ma parla anche di Maïssa Bey e di tutti noi; racconta una storia che per anni è stata confinata nel silenzio della memoria, quella della Guerra d’Algeria e di tutte le sue vittime, la storia di chi oggi non può più parlare né scrivere e di chi ha ancora ferite che sanguinano.

In occasione della pubblicazione italiana del racconto, ho avuto occasione di fare una chiacchierata con la traduttrice, la professoressa Barbara Sommovigo, docente di letteratura francese all’Università di Pisa e direttrice della collana “Azzurra”, in cui si inserisce questo volume. 

C.M. – La prima cosa che mi colpisce della traduzione italiana è lo sconvolgimento totale del titolo originale, che da Entendez-vous dans les montagnes… è diventato Dietro quei silenzi…. Perché questa scelta? 

B.S. – Si è trattato di una scelta obbligata. Il titolo originale è un titolo parlante per il lettore francofono, un doppio richiamo a un canto patriottico (che si tratti dell’inno nazionale francese o di un canto tradizionale algerino). Per il lettore italiano no. Non è stato semplice, ma credo che il titolo italiano riesca a mettere l’accento proprio su quel “non detto”, su quei silenzi che costituiscono il filo rosso che lega non solo i tre personaggi del racconto ma anche la storia raccontata o piuttosto taciuta.

C.M. – Perché la scelta di mantenere alcuni frammenti del testo (discorsi diretti) in lingua originale? Ritiene questa scelta funzionale per il lettore italiano?

B.S. – Si tratta appunto di pochi frammenti che non penso siano di intralcio alla comprensione del testo e che in qualche modo ci restituiscono, almeno in parte, alcune sonorità del testo originale. Penso ad esempio a douce France: difficilmente credo sarà di ostacolo alla lettura per un lettore italiano e anzi ad alcuni (non tra i più giovani) potrà ricordare la famosa canzone di Trenet.

C.M. – Quante e quali sono le principali difficoltà nel tradurre un’autrice che in questo racconto ha messo così tanto di sé?

B.S. – Per prima cosa dobbiamo ricordare che Maïssa Bey (anzi Samia Benameur) è una donna che si è trovata in posizione di ascolto, di ascolto dell’altro – con tutto quello che ciò comporta in una situazione di violenza – in un momento storico particolare per il suo paese. Da questa esperienza, ricca e dolorosa, è nata l’esigenza, presto trasformata in urgenza, di raccontare quelle storie, di dire quelle parole che, in qualche modo, le erano state consegnate. Tradurre Maïssa Bey significa non dimenticare questa tensione verso l’altro, che ha raccontato e che ascolta. Si tratta di una scrittura solo apparentemente semplice: la scrittura di un’autrice che non vuole lasciare spazio al fraintendimento, all’opacità di un discorso – sulla storia passata e recente dell’Algeria – che ancora permane. Ecco, credo che questa sia la difficoltà maggiore: cercare di mantenere quell’engagement, quell’impegno, quel patto che Maïssa Bey ha sottoscritto quando ha deciso di rompere i silenzi.

C.M. – Qual è, a suo parere, la qualità principale di cui deve essere dotato un buon traduttore? Quanto è importante avere conoscenze linguistiche avanzate e quanto lo è invece saper scrivere bene nella lingua d’arrivo?

B.S. – Domanda difficile. Certo, come dice lei, avere conoscenze linguistiche avanzate così come scrivere bene nella lingua d’arrivo sono requisiti necessari ed entrambi importanti. Ma ogni autore è diverso, ogni testo è un mondo a parte. E poi credo che ogni traduttore abbia il suo modo di lavorare, di essere traduttore. Detto questo, penso che la pazienza e la capacità di ascolto siano fondamentali per tutti: ci vuole tempo per “entrare” nel testo, per sentirne la voce, il respiro. 

C.M. – Quanto è importante il contatto diretto con l’autore ai fini di svolgere una buona traduzione?

B.S. – Credo che anche questo dipenda dalle situazioni e dalle persone. Nel caso di questo lavoro di traduzione è stato fondamentale. Penso ad esempio alla questione del titolo: poterne parlare con l’autrice, discutere insieme le mie perplessità e sottoporle delle soluzioni alternative è stato fondamentale. Dietro quei silenzi… è risultato di una riflessione comune.

 

Articolo di Chiara Mazzanti