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1024px-Mahi_Binebine_(Photo_©Laurent_Moulager_-_hipstoresk.com_2017)

Pittore, scultore e scrittore marocchino, Mahi Binebine è un artista dal percorso atipico. Originario di Marrakech, sviluppa fin da piccolo una profonda fascinazione per l’arte grazie ai colori vivi e alle forme ipnotiche della città rossa. Tuttavia, quando arriva il momento di decidere una carriera, sceglie di studiare matematica su consiglio della madre. Si laurea a Parigi e insegna questa materia per diversi anni prima di lasciare il lavoro per dedicarsi interamente alla ricerca artistica.

Autodidatta, Binebine considera l’arte una necessità. Per lui, la creazione ha una valenza fortemente politica: l’artista sente il bisogno di raccontare cosa non funziona, il desiderio di riparare quello che si è rotto. Anche se si tratta di un desiderio irrealizzabile, Binebine sostiene la validità del tentativo, affermando che “nessun atto contro la barbarie è mai vano”.

Il pittore

Nei suoi quadri, realizzati con una pittura densa che sembra staccarsi dalla tela ed elementi in rilievo, compaiono figure umane appena abbozzate che si ritrovano schiacciate le une sulle altre, intersecate, intrappolate da fili e figure geometriche. Un altro soggetto ricorrente sono volti coperti o deformati, maschere che nascondono e alterano le proporzioni. Questi temi tornano anche nelle opere scultoree, di successiva realizzazione rispetto ai quadri. La produzione artistica di Binebine (qui è possibile visionare una galleria delle sue opere) si pone tra il figurativo e l’astratto, sembra voler sublimare gli eventi storici del Marocco contemporaneo distillandone soltanto il dato umano.

Opera di Mahi Binebine (www.mahibinebine.com)
Opera di Mahi Binebine (www.mahibinebine.com)

Ben diverse sono le opere narrative dell’artista marocchino, che affrontano apertamente temi difficili appoggiandosi a intrecci ben congegnati e strutture sofisticate. D’altra parte, Binebine racconta come scrivere e dipingere siano per lui due attività estremamente distanti: la prima un esercizio difficile, da eseguire coscienziosamente ogni giorno, necessario per mettere ordine ai pensieri; la seconda più simile a una danza, a un volo, naturale come respirare.

Lo scrittore

Se i suoi dipinti – entrati a far parte della collezione permanente del Guggenheim Museum di New York – possono considerarsi una sorta di esorcismo, i romanzi si occupano di riportare al centro della scena sofferenza e miseria. Incentrati su personaggi ai margini della società e in situazioni disperate, indagano l’eterna lotta dell’uomo per esistere e sopravvivere, toccando i temi dell’esilio, della fuga, dell’estremismo religioso e dell’identità.

Cannibales (edizione italiana Cannibali, Barbès, 2008) racconta la pericolosa traversata dello stretto di Gibilterra di un gruppo di migranti e l’Europa che li divora. In Les funérailles du lait (1994, ancora non tradotto in italiano) la protagonista è un’anziana donna che si adopera per dare un ultimo saluto al figlio, fatto scomparire perché politicamente scomodo. Le vicende del romanzo prendono spunto dalla reale sparizione del fratello di Binebine, rinchiuso nella tristemente nota prigione di Tazmamart per aver preso parte a un colpo di stato contro Hassan II. Ignari dell’esistenza di questo carcere segreto e senza la possibilità di ottenere alcuna informazione, per quasi vent’anni i suoi familiari l’hanno creduto morto – tutti tranne la madre, che a ogni pasto teneva da parte una porzione per lui, sicura che sarebbe tornato prima o poi a casa.

Anche Le fou du roi (2017, ancora non tradotto in italiano) mette in scena le vicende della famiglia di Binebine, in un intreccio simil-shakespeariano che potrebbe sembrare costruito a tavolino: qui il protagonista è il padre dello scrittore, a cui viene data la parola nel romanzo. Scelto dal re come suo cantastorie, si trova con lui al momento del colpo di stato; i due si nascondono insieme e sentono le voci dei soldati che li cercano, tra i quali il cantastorie riconosce suo figlio. Una volta sventato il pericolo, il re lo obbliga a rinnegare pubblicamente il figlio soldato se vuole conservare il suo posto di lavoro e la salute del resto della sua famiglia.

Les étoiles de Sidi Moumen (edito in Italia da Rizzoli nel 2016 con il titolo Il grande salto) prende invece le mosse da un fatto di cronaca, gli attentati suicidi avvenuti a Casablanca nel 2003. Profondamente turbato dal fatto che un attacco simile potesse verificarsi nel suo Marocco, Binebine ha sentito la necessità di visitare la baraccopoli da cui provenivano i giovani attentatori. Messo di fronte alle condizioni di estrema miseria del luogo, non ha potuto che concludere che i ragazzi-terroristi fossero delle vittime tanto quanto i morti, additando come veri colpevoli lo Stato che permette l’esistenza di simili situazioni disumane e i gruppi estremisti che predano sui ragazzi resi fragili dalle loro circostanze e li indottrinano al credo fondamentalista. Il romanzo è narrato da Yacine, uno degli attentatori, che ricorda scene della sua vita dall’oltretomba.

La scrittura di Binebine è chiara e concisa, fonde la dimensione del ricordo con quella dei fatti di cronaca e riesce a raccontare avvenimenti drammatici senza perdere l’occasione di rappresentare scene divertenti e cogliere attimi di spietata ironia. Attento alle immagini e profondamente visivo, il suo stile si adatta bene alle trasposizioni cinematografiche.

L’impegno sociale

Ed è proprio Les étoiles de Sidi Moumen che viene adattato per il grande schermo da Nabyl Ayouch, con il nuovo titolo Les chevaux de Dieux. Il regista decide di utilizzare come attori i ragazzi della baraccopoli di Sidi Moumen e nel corso delle riprese si rende conto di come l’esperienza di lavoro culturale e partecipazione a un progetto abbia il potere di cambiare le loro vite in meglio. Preoccupati di cosa potrebbe essere di loro una volta terminate le riprese e restituiti alle ore vuote dello slum, Ayouch e Binebine decidono di fondare un centro culturale a Sidi Moumen. Lo scopo è dare ai ragazzi un posto dove stare, permettere loro di pensare la propria esistenza oltre alla miseria, e soprattutto insegnare la cultura della vita contro la cultura della morte. Negli anni successivi, grazie anche ai buoni incassi del film, seguono altri centri con la stessa vocazione a Tangeri, Gadir, Fès e Marrakech.

Sidi Moumen Cultural Center
Sidi Moumen Cultural Center

L’attenzione al sociale di Binebine si manifesta anche nel progetto di riqualifica di un parco pubblico del centro di Marrakech che idea e porta avanti fieramente, coinvolgendo altri venti artisti. Da luogo degradato e pericoloso, il parco diventa grazie al suo impegno un museo a cielo aperto, pieno di sculture ideate intorno alla tematica del clima, che affrontano le questioni del nostro rapporto con la natura e dello sviluppo sostenibile ed educano grandi e piccini mentre forniscono loro un posto piacevole dove passeggiare e riposare.

Mahi Binebine, questo artista sempre gioviale e pronto alla risata a dispetto della sofferenza che conosce da vicino, indaga l’uomo all’interno delle sue opere e nella vita, ne cerca l’essenza e spera che possa trovare la forma migliore, magari con un piccolo aiuto. 

Articolo di Carlotta Galimberti

[Un estratto da Cannibali verrà pubblicato nell’edizione italiana della raccolta Au coeur de l’errance (Al cuore della migrazione), in uscita nel mese di febbraio 2021.]