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Tunisia

La Tunisia era quel piccolo Paese dove la vita era dolce, dove ogni cosa era un’occasione per cantare e ridere, in cui il sole, il mare, il pane, l’olio d’oliva e la harissa, e il bicchiere di boukha, appena scende la sera, erano il nostro denominatore comune.

I miei ricordi d’infanzia – sono partita all’età di cinque anni – hanno conservato appena i volti, o le scene. Sono prima di tutto sensoriali, colori, odori, sensazioni, suoni, niente di palpabile. Il profumo del gelsomino, le foglie di fico, i fiori di arancio mi fanno vacillare. L’azzurro liquido del cielo, i riflessi del sole sulle onde, la sabbia rovente sotto la pianta dei piedi, la luce violenta di mezzogiorno, il sale sulla pelle, il richiamo del muezzin… La Tunisia sognata è appiccicata alla mia pelle come un tatuaggio indelebile, è il mio utero mediterraneo, il mio passaporto orientale, ciò che mi fa riconoscere in ogni luogo un porto sicuro, un tetto su quattro mura imbiancate, in Grecia, in Italia, in Sardegna, in Sicilia, in Spagna, in Israele, in Egitto… Basta una porta blu, un gatto vagabondo pelle e ossa, della frutta troppo matura sui banchi di un mercato, basta una meze, delle tapas, delle kemia sulla tavola, l’odore dell’aglio fritto che fuoriesce da una finestra aperta, una siesta fra lenzuola bianche, le persiane chiuse. Mi basta sedermi e guardare il mare.


Brano tratto da: Michèle Fitoussi, Paroles de femmes,  in Wassyla Tamzali (a cura di), Histoires minuscules des révolutions arabes, Chèvre-Feuille Etoilée, Montpellier 2012.

Traduzione di Maria Claudia Bile, Francesca Bonaccorsi, Veronica Bonelli, Chiara Caccavale, Hilary Cauchi, Valeria Ebana, Alba Lepiani, Matteo Magni, Claudia Scarciolla, Gloria Torelli, realizzata nel corso del primo appuntamento, curato da Marta Ingrosso, del laboratorio online di traduzione dal francese “Tradurre il Mediterraneo”.