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La cultura alimentare è un tassello importante dell’identità nazionale di un popolo. Come mangiamo, quello che mangiamo, quello che scegliamo di non mangiare comunicano agli altri ciò che siamo.

Le abitudini alimentari, nel corso della storia, sono state talvolta utilizzate dalle élite al potere come strumento di unità nazionale, contribuendo a rafforzare la coesione interna di un determinato Stato e demarcando, inevitabilmente, una linea di separazione rispetto ad altri popoli e culture.

Questo discorso diventa particolarmente complesso in alcuni scenari, come quello israelo-palestinese: la nascita di Israele nel 1948 e la necessità di dare legittimità al nuovo Stato si è accompagnata, talvolta, a un processo di appropriazione di costumi e abitudini propri degli arabi, seguito da una loro rapida depalestinizzazione.

Ciò è emerso anche in relazione alla cultura alimentare, che ha giocato un ruolo chiave nel processo di costruzione dell’identità nazionale e della memoria collettiva israeliane. Lo stesso processo di radicazione nel territorio richiedeva una sorta di assimilazione alla cultura e alle abitudini locali. Così, ad un’iniziale “imitazione” dei costumi palestinesi, comprese le loro abitudini alimentari, ha fatto seguito un processo di sostituzione da parte israeliana.

Un esempio è dato dai falafel, polpette di ceci presentate come specialità della cucina nazionale israeliana, le cui origini, come afferma lo studioso Ken Albala nel suo libro Food cultures of the world encyclopedia (2011), sono in realtà arabe e risalgono all’Egitto del IV secolo, area da cui poi il piatto si sarebbe diffuso in tutta l’area mediorientale.

Un altro caso di depalestinizzazione è rappresentato dalla cosiddetta “insalata israeliana“, composta da verdure a dadini, erbe aromatiche e olio d’oliva, presentata come piatto nazionale. Anch’essa, tuttavia, affonda le sue radici nella tradizione culinaria araba, in cui compare un piatto molto simile chiamato salatah ‘Arabiyyah. Soltanto nel 2008 lo chef israeliano Gil Hovav ha ammesso, nel corso di un’intervista con la BBC, le origini arabe dell’insalata israeliana, che per molto tempo erano state negate.

Altro piatto altamente divisivo è l’hummus, salsa a base di ceci e tahina, le cui origini storiche risalgono alla Palestina, al Libano e alla Siria. Anche l’hummus, dopo il 1948, è stato oggetto di un processo di appropriazione da parte di Israele, che ha rimosso le origini arabe del piatto, come afferma il giornalista Shooky Galili nel suo articolo The land of hummus and pita, rendendo il consumo di hummus espressione dell’identità nazionale israeliana.

Come affermano gli studiosi Ronald Ranta e Yonatan Mendel nel loro articolo Consuming Palestine (2014), questi atti sono stati giustificati spesso come un “ritorno” alle origini, lasciando intendere che i palestinesi avrebbero nei secoli solamente “conservato” costumi in realtà appartenenti alla tradizione biblica ebraica, nello sforzo di dare legittimità al nuovo Stato attraverso il recupero o l’invenzione di tradizioni ancestrali.

In alcuni libri di cucina israeliani, come The book of the new Israeli food di Janna Gur (2008), l’apporto della tradizione culinaria palestinese viene marginalizzato, dimenticando che la cultura alimentare di una nazione non è il risultato di un processo statico, ma è il frutto dei continui scambi e interazioni con tutte le culture che attraversano un determinato territorio. La stessa cucina arabo-palestinese non può essere considerata un blocco monolitico, ma deve essere concepita come il prodotto di un processo dialettico che ha avuto luogo nella regione mediorientale e in cui sono intervenuti nei secoli pellegrini, coloni e popoli confinanti.

Articolo di Stefania Tavella